In aumento i bambini che pur essendo adottabili non vengono adottati. La maggior parte è collocato in accoglienza fuori famiglia oltre due anni, ma le coppie italiane disponibili ad accogliere sono oltre 31 mila

Sempre più minori, anche piccolissimi, inseriti in comunità di accoglienza anziché dati in affido: secondo gli ultimi dati disponibili sono 14.991 i minorenni accolti in comunità a fronte dei 29.388 bambini e ragazzi temporaneamente fuori dalla propria famiglia di origine. Un numero superiore di 594 unità rispetto a quelli dati in affidamento familiare, che nella metà dei casi (6.986) finiscono dai parenti. E’ quanto emerge dal settimo rapporto “I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia” a cura del Gruppo Crc, presentato oggi a Roma alla presenza del ministro del Lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti e dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Vincenzo Spadafora.

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L’incidenza percentuale degli inserimenti in comunità residenziale di bambini in età pre-scolare (0-5 anni) è stata del 14 per cento sul totale. “Si registra dunque un uso preoccupante e ancora troppo consistente dell’inserimento in comunità di bambini piccolissimi, sin dal loro primo collocamento – spiega il rapporto – È necessario un’inversione di tendenza in questo senso, così come è fondamentale segnalare la mancanza di dati e informazioni utili per restituire unicità e continuità alla storia di ogni minorenne, per accompagnarlo nella crescita”.

Il rapporto sottolinea che sono aumentati dell’11,4 per cento  i bambini dichiarati adottabili in Italia: erano 1.251 nel 2011, sono stati 1.410 nel 2012. Ma il sistema di raccolta informazioni su infanzia e adolescenza è ancora troppo carente.  Sia la Bda (Banca dati nazionale dei minori adottabili e delle coppie disponibili all’adozione) che la Banca dati sull’abuso sessuale di minorenni, sollecitate dal Gruppo Crc nei precedenti rapporti non sono ancora andate a regime..In aumento del 4,5 per cento anche le coppie che hanno presentato domanda di adozione nazionale – 10.244 nel 2012 (9.795 nel 2011). “Nonostante questo è in pratica rimasto invariato, con un calo solo dell’1 per cento, sia il numero degli affidamenti preadottivi:  957 nel 2012 (965 nel 2011) , sia delle adozioni legittimanti che sono 1.006 nel 2012 (1.016 nel 2011). In proporzione, quindi, sembrano aumentati i casi di bambini che pur essendo adottabili non vengono adottati.

Da una recente pubblicazione – spiega ancora il rapporto-  si evince che i bambini adottabili che si trovano ancora nel sistema di accoglienza temporanea sono stimati in 1.900 di cui il 59 per cento accolti in comunità e il 41 per cento in affidamento familiare.La maggior parte di loro, il 51 per cento, pur essendo adottabile, è collocata in accoglienza fuori famiglia da oltre due anni (di cui il 24% da 48 mesi e oltre). Tutto ciò, nonostante il considerevole numero di coppie disponibili ad adottare: al 31 dicembre 2012 calcolate in 31.343 . “Da anni il Gruppo Crc segnala l’urgenza di un monitoraggio di questo fenomeno per capire chi sono questi bambini ed esplorare possibili strategie d’intervento  – si legge nel rapporto –, ma la mancanza di effettiva operatività della Bda non aiuta, soprattutto perché non consente la messa in rete di tutti i Tribunali per i minorenni e quindi l’ottimizzazione degli abbinamenti per le adozioni, soprattutto per i bambini con bisogni speciali e/o particolari”.

La difficoltà principale che emerge dal rapporto, è quella di “mettere a sistema” le politiche per l’infanzia e l’adolescenza nel nostro Paese. Si è infatti assistito a un decentramento delle politiche sociali verso le regioni, senza la definizione dei Livelli essenziali di prestazioni concernenti i diritti civili e sociali (Lep) e soprattutto con la progressiva e costante diminuzione delle risorse destinate alle politiche sociali nel corso degli anni. “La mancanza e la discontinuità con cui è stato adottato il Piano nazionale Infanzia (strumento che per legge dovrebbe essere predisposto con cadenza biennale) è solo un esempio di tale ‘disattenzione’- si sottolinea nel rapporto -. Un Piano che dovrebbe rappresentare la cornice di riferimento per le politiche per l’infanzia, e che probabilmente necessita anche di un ripensamento prevedendo un raccordo con il livello regionale dal momento in cui le politiche sociali sono divenute di competenza regionale.

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